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venerdì 17 agosto 2012

Ricordi di scuola





Quando sei bambino ti chiedono tutti che cosa vorrai fare nella tua vita, quale mestiere sceglierai per mantenerti e realizzarti come persona.
Io avevo le idee molto chiare fin dall'infanzia:volevo girare il mondo ma non ero ricca, per afferrare il mio sogno dovevo fare un lavoro che unisse l'utile al dilettevole, così avevo deciso che sarei stata un'hostess sugli aerei.
In alternativa avrei potuto anche diventare ispettore di Polizia perché era un lavoro dinamico che mi avrebbe consentito di dare un contributo al mondo mettendo in galera ladri ed assassini.
Le professioni che a quei tempi erano considerate le più adatte per i soggetti di sesso femminile io non le calcolavo proprio, e se mi avessero detto che un giorno sarei stata una maestra avrei riso di cuore.
Io, la ribelle, quella alla quale seguire le regole costava una fatica immane, quella che non stava mai tranquilla e che a stare seduta per più di un'ora venivano le spine al sedere, quella che contestava tutto e tutti, come avrei potuto adeguarmi all'ambiente serioso della scuola? Come avrei potuto redarguire bambini che erano come ero io e farli stare zitti e buoni?Impensabile e ridicola un'idea del genere.
Passarono le scuole elementari e andò tutto molto bene nonostante i miei cambiassero città di residenza ogni anno e di conseguenza io dovevo cambiare scuola. Forse grazie anche al maestro Manzi e al suo programma “Non è mai troppo tardi” che io mi divertivo a seguire ogni sera, ero brava anche senza studiare molto. I compiti erano un piacere e li svolgevo in pochi minuti, a volte ne avrei voluti di più così scrivevo cose di mia iniziativa e poi leggevo, leggevo, leggevo tutto quello che mi capitava.
Poi le scuole medie:la prima andò bene. La seconda e la terza un po' meno, forse gli ormoni della pubertà peggiorarono il mio carattere impulsivo e polemico.
Cominciai a odiare la scuola e i professori mi infastidivano, mi sembrava mi considerassero solo un contenitore da riempire di noiosissime nozioni e non si interessassero a me come persona, che non comprendessero la mia necessità di capire, al di là del ripetere la lezione: di fatto non mi coinvolgevano nelle materie che insegnavano.
Ma non erano ancora arrivati gli anni '70 e la scuola era quella: se si interloquiva si passava per eversivi e maleducati, se si obiettava si veniva accusati di non aver voglia di studiare.
Qualcosa però nel mondo si stava muovendo e nelle città era cominciata la rivolta studentesca anche se nei piccoli paesi come il mio era ancora lontana l'idea di poter cambiare qualcosa.
Ricordo che una mattina, in terza media, suggestionati dalle manifestazioni e dai cortei che vedevamo in TV decidemmo di fare sciopero anche noi.
Non sapevamo di preciso quale fosse il motivo ma volevamo sentirci parte attiva del movimento riformatore.
Quella nebbiosa mattina di novembre dell'anno 1969 decidemmo quindi di non entrare a scuola.
Stavamo tutti lì, fuori nel cortile del vecchio edificio e sembravamo tutti molto convinti della nostra protesta.
Il bidello Carrea era disperato, la campana era già suonata da parecchi minuti e nessuno si muoveva, nessuno saliva la piccola scalinata che dava accesso al portone.
Io avevo l'impressione di stare dentro un formicaio, tutti andavano avanti e indietro, si formavano capannelli, si disfacevano e poi se ne formavano altri. Il brusio era continuo: si cercavano informazioni, si guardava alla porta con ansia perché c'era sempre il timore che qualcuno entrasse di soppiatto mandando così a monte l'intera operazione.
Infatti qualcuno aveva cominciato a dubitare della validità dell'iniziativa, aveva paura di ritorsioni da parte della dirigenza e temeva le botte che avrebbe ricevuto a casa di conseguenza .
A quei tempi noi ragazzi avevamo sempre torto, i nostri genitori non avrebbero mai pensato di prendere le nostre parti. E così era sempre stato.
Il povero bidello aveva già tentato varie volte di convincerci ad entrare, lo faceva con affetto e bonarietà, ci voleva bene, aveva paura per noi. Non aveva avuto successo e aveva chiamato Bobbio, il suo collega, ad aiutarlo ma nemmeno in due ci convinsero a fare la cosa che secondo loro era la più logica:entrare a scuola finché eravamo in tempo. Soltanto qualche ragazzino di prima si era persuaso, aveva ceduto tra gli sguardi carichi di astio della maggior parte dei “rivoluzionari” che ora si erano avvicinati alla scala impedendo l'accesso ai crumiri.
Erano oramai le nove passate e il piazzale era ancora in tumulto quando apparve lei, la vicepreside.
Alta, imponente, capelli corti e mossi pettinati all'indietro senza un ricciolo fuori posto, nemmeno le ciocche osavano disobbedirle e restavano incollate alla posizione che lei aveva deciso per loro. Una chioma biondastra talmente precisa ed ordinata da sembrare finta.
La vicepreside, professoressa di matematica di quasi tutte le sezioni, subito non parlò e abbracciò con un unico sguardo gelido la platea che al suo apparire si era rifugiata in un silenzio improvviso e totale. La mascella quadrata era tesa e la bocca contratta dalla rabbia che cercava inutilmente di reprimere.
Con poche nitide parole, chiese se ci rendevamo conto di quello che stavamo facendo e promise che la nostra stupidaggine ci avrebbe regalato un sette in condotta con conseguente inevitabile bocciatura. A meno che... e si spostò di lato indicando l'entrata.
L'eco delle sue parole non si era ancora esaurito che già i primi ragazzi stavano salendo le scale, a testa bassa, senza guardarla negli occhi e con il cuore stretto dalla paura.
Dopo cinque minuti eravamo tutti in classe, seduti ai nostri deschetti. Quella mattina non ci furono risate, non ci furono battute ma solo sguardi sfuggenti a volte rancorosi verso i promotori della sollevazione.
Si sperava soltanto che l'incidente fosse dimenticato in fretta e che il corpo docente perdonasse il nostro insensato gesto.
L'unico desiderio era il ritorno alla normalità e avremmo voluto che nessuno parlasse mai più dell'accaduto.
Invece a ogni cambio di ora ci fu una lavata di capo, ci furono sguardi carichi di superiore e rassegnata compassione, battute che ci ridicolizzavano.
Io tacevo, ero stata tra i più convinti, ora ero solo la più spaventata.
L'uscita dell'una fu ancora più mesta. Io fuggii a casa dove confessai la mia colpa solo ore più tardi e soltanto per paura che mia madre lo apprendesse da altri genitori o dai professori alle udienze.
Mia mamma non mi prese a sberle ma scosse la testa e disse che ero una stupida.
Io andai in camera mia a studiare.
Era l'unico modo per salvarmi.

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