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giovedì 23 febbraio 2012

Forse domani



Non dirmi che i pensieri si possono scacciare
li ho qui
appiccicati come polvere densa e nera
si confondono tra sorrisi e sospiri,
si nascondono e poi tornano all'improvviso
striscianti e dolorosi.
Non li vedo chiaramente
Li sento
impalpabili,
sfuggenti,
scivolosi.
Arrivano senza avvertirmi
mi guardano un istante
poi fuggono veloci.
Domani forse mi dimenticheranno.

Emma Bricola 
22 Febbraio 2012



domenica 19 febbraio 2012

Mio padre era un gatto


A mio padre piacevano i gatti. Ai gatti piaceva mio padre. Credo che fossero caratterialmente compatibili, anzi credo che anche lui fosse un gatto o lo fosse stato in una vita precedente. Certo è che molti tratti caratteristici di questi felini si addicevano a lui. Il fisico innanzi tutto. Alto, elegante, vanitoso. Mio padre non era mai in disordine. Nemmeno quando andava nella vigna e si metteva l'abito da contadino con lo spago al posto della cintura riusciva a sembrare trascurato. Innata classe; si ha o non si ha.
La camminata era flessuosa e il passo più che una falcata era un salto leggero, mai affaticato.
I baffetti sotto al naso li curava minuziosamente: li lisciava con cura ogni giorno, li ispessiva con una matita se trovava qualche penuria.
Davanti allo specchio si guardava le guance e le schiaffeggiava se erano pallide, poi si spalmava la brillantina sui capelli folti e scuri.
Ovunque, dove andava, aveva la sua squadra di felini ai quali portava cibo e coccole. Li chiamava:-Minuuu, Minuu. E loro arrivavano di corsa al suono della sua voce, gli si strusciavano contro le gambe, lo guardavano con occhi amorevoli.
Lui non chiedeva nulla ai suoi gatti, gli bastava quello strusciamento quotidiano, quel sordo brontolio che gli dedicavano, poi li lasciava andare. Liberi. Capiva la loro autonomia, la sentiva sua. Ve l'ho detto. Mio padre era un gatto.

Haiku







Nubi lontane


orizzonti di fuoco


Il cielo brucia

lunedì 30 gennaio 2012

Neve





Ricordo le nevicate di una volta.
All'inizio l'aria cominciava a cambiare odore e noi guardavamo su, scrutavamo il cielo con gli occhi sgranati e pieni di speranza. Non si parlava, quasi che le parole potessero spazzare via le aspettative.
E poi cominciava, piano.
Scendevano dapprima piccoli sperduti fiocchi quasi invisibili. Volteggiavano timidi e spauriti, e appena toccavano terra morivano in esili gocce.
Quelli che arrivavano dopo, si facevan più coraggiosi e resistevano, unendosi a frotte.
All'improvviso il cielo si riempiva di falde leggere, come bianchissime farfalle arrivate da chissà dove.
Noi bambini correvamo ad acchiapparle con le mani e con la lingua, le lasciavamo atterrare sui capelli e sul viso, meravigliandoci ogni volta come la prima fino a quando le madri ci richiamavano in casa per la cena.
Si scostavano le tende per non perdere lo spettacolo anche da dentro, col timore che svanisse l'incanto, soddisfatti alla vista del selciato che scompariva coperto dal bianco.
Si andava a dormire avviluppati dal piumone e dal silenzio, cercando di addormentarsi presto, pregustando la giornata in arrivo.
E quando la luce accecante ci apriva gli occhi ci si vestiva in fretta, e dentro avevamo una gioia primitiva e incalzante, un'ansia entusiasta e raggiante della quale non avevamo coscienza.
Si udiva il rumore delle pale di chi faceva il passo in un mare di scaglie di ghiaccio e si correva fuori.
Indossavamo stivali di gomma e calze pesanti, cappelli di lana e guanti sottili. Inventavamo mille storie tra labirinti e sentieri, tra i cumuli più alti di noi.
E infine ci si organizzava e si andava là, dove c'era il campo grande, si ammirava la valle imbiancata talmente bella e candida nella luce inconsueta, che dovevamo strofinarci gli occhi per crederla vera.
Si scendeva con lo slittino di legno comprato alla Fidass, ci si rotolava senza farsi male; si sudava sotto gli abiti ormai fradici ma non ci si ammalava per questo.
E quando si tornava a casa avvolti nelle nuvole di vapore dei vestiti fumanti, le guance erano rosse e gli occhi brillavano di gioia assoluta.

sabato 28 gennaio 2012

Neve




Il rumore della neve ha mille voci
ovattate, racchiuse in un bozzolo argenteo.
Il colore della neve non è solo il bianco
e lo vedi con occhi capaci a guardare.
Il sapore della neve è quello bambino
non cercarlo mai più
se hai perduto il tuo cuore.

Emma Bricola

lunedì 5 dicembre 2011

Lettera a Babbo Natale





Spett.le Babbo Natale,
le restituisco le sei paia di redini qui allegate. Immagino lei le abbia riconosciute subito; ebbene sì, sono quelle che lei usa di solito la notte di Natale per guidare le sue renne.
Gliele restituisco perché non si dia più tanto da fare a cercare i suoi animali; non sono fuggiti ma li ho rapiti io. E non è stato difficile, è bastata un po' di organizzazione e qualche complice che abita con lei. A proposito, le renne una volta non erano otto? Io ne ho trovate solo sei nella stalla. Le due che mancano se le sarà mica mangiate lei?
Non faccia quella faccia stupita ed adirata, non si senta vittima di un'ingiustizia da parte di qualcuno di molto cattivo! Ah, io me la immagino la sua espressione, mi sembra di vederla: ora si sta lisciando la barba e spera ancora che sia uno scherzo, irrigidisce la schiena e i lineamenti, poi diventa tutto rosso come il suo ridicolo abito.
Non sto scherzando glielo assicuro e se non le rivelo la mia identità non è per vigliaccheria ma è solo per tutelare la mia incolumità personale.
Se lo facessi verrei arrestato e dipinto come un mostro da giornali e televisioni. Io voglio rimanere in libertà perché credo di non aver commesso un crimine bensì un atto di giustizia.
Non alzi le bianche e cespugliose sopracciglia a quel modo ora! Non strabuzzi gli occhi e posi la fiaschetta del cognac, ascolti le mie parole con obiettività, e faccia un esame di coscienza.
Dunque dicevo che la mia azione è stata ed è un atto di giustizia , sì.
Qualcuno doveva porre fine alle sue scorribande notturne, scorribande finalizzate solamente ad idealizzare la sua persona,a farla apparire buona e amorevole illudendo i bambini e a volte anche gli adulti,con la favoletta dello spirito natalizio, della giustizia, dei doni recapitati gratis a chi si era comportato bene.
Questo non è mai accaduto e mai accadrà. E' uno strumento illusorio ed iniquo. Basta guardare la delusione dei bambini poveri la mattina di Natale. Basta spostarsi in giro per i quartieri, poi andare con lo sguardo nei paesi dove vivono i più poveri tra i poveri. Mi scusi , ma lei lì, ci è mai passato? E' mai entrato in quei miseri tuguri a lasciare un giochino, un panettone , un litro di latte?No vero?
Ho aspettato anni sperando in un suo ravvedimento e questo non c'è mai stato, ho deciso quindi di porre finalmente la parola “FINE” a questa farsa.
Rispettosamente la saluto per sempre.

Anonimo


P.S. Le renne stanno bene, di questo non si deve preoccupare, sono ben nutrite ed hanno molto spazio a disposizione e , se me lo consente, mi sembrano molto serene e felici. Non credo abbiano nostalgia né di lei, né degli gnomi che solevano accudirle

mercoledì 9 novembre 2011

Non scriverò niente su Santiago



Non scriverò niente su Santiago.
Non posso spiegare quello che è stato:come è possibile trasformare in parole le sensazioni che ho provato su quelle strade, su quei sentieri?
Non riesco a descrivere l'odore di quell'alba a Ferreiros, quando avevo ancora la notte negli occhi e mi avvolgeva il silenzio del bosco. Mentre soltanto i miei passi sulla terra umida scandivano il tempo ed era l'inizio di un giorno nuovo.
Profumo di aria bagnata, il respiro del mondo, la natura con me.
Mi sentivo viva come non mai, mi sentivo libera. Libera di pensare, libera di non farlo e di ascoltare la fatica, di ascoltare il mio corpo e il mio sudore, di percepire il freddo, il caldo e di goderne. Un passo dopo l'altro, una salita, una discesa, e poi un'altra salita. Il cammino, la metafora della vita, della mia vita , di tutte le vite. Una salita, una discesa, un attimo di gioia intensa quando il sole veniva su all'improvviso e accendeva i colori intorno e tutto brillava di vita nuova, gocce di rugiada come perle rare e fragili che svaniscono in un istante, ma c'erano un attimo prima. E poi la fatica: quando credevo di non farcela, quando mi faceva male tutto, e il fardello che avevo sulle spalle era pesante e non credevo di riuscire a trasportarlo ancora. Ma stringevo i denti e non lo ascoltavo, così ce la facevo.
Come riuscirei a far capire a chi non c'era che sono partita da sola, e là mi sono sentita meno sola che mai? E posso forse raccontare che percepivo qualcuno accanto, che camminava con me e mi accompagnava per un minuto o per tratti più lunghi e abbracciava la mia anima di amore infinito?
Pazza, sembrerei pazza, o visionaria.
E quando mi fermavo a riposare su un prato, su un sasso o accanto a una fonte e la mia mente era colma di serenità, il mio sorriso era il sorriso degli altri.
Le gambe andavano da sole e io guardavo le stelle agganciate al cielo nero.
Non trovo le parole.
No, non scriverò nulla su Santiago.